Avvenire

L’AVVENIRE  di Roberto Vacca – 1/7/ 2017

 

Dieci anni fa un sondaggio autorevole indicò che un terzo degli inglesi e degli americani credono che sia il sole a girare attorno alla terra e un altro terzo pensa che la terra giri attorno al sole ogni 24 ore.

La regolarità del moto della terra attorno al sole ci riguarda poco. Infatti sono pochi quelli che si occupano ancora di agricoltura e dalle intemperie siamo ben difesi. Eppure sono questi scatti di anno, secolo, millennio che ci fanno riflettere sull’avvenire. Invece dovremmo pensarci più spesso, ma non siamo tanto bravi a farlo. Ce ne accorgiamo bene, se ci guardiamo attorno:

“Videbis, filii mi, quam parva sapientia regatur mundus” (“Vedrai, figlio mio, con quanto piccola sapienza sia governato il mondo”) come disse al figlio lo statista svedese Axel Gustavsson Oxenstierna poco prima del Congresso di Muenster.

A parte le battutacce su chi fa non sa e chi sa non fa, in buona misura non sappiamo prevedere nè progettare l’avvenire perchè siamo troppo modesti. Non ci proviamo. Ci spaventiamo della difficoltà e della responsabilità. Sbagliato.

Credo fosse Sherlock Holmes a dire “Quello che un uomo ha inventato, un altro uomo può scoprire”. E’ vero: se un essere umano ci si mette, in condizioni favorevoli, riesce a scoprire anche cose che non ha inventato nessuno e che funzionano da millenni, da ere, da eoni. Eppure esitiamo. Consideriamo la nostra ignoranza e la nostra inesperienza e temiamo di rischiare. Abbiamo ragione di temerlo – fin quando non ci impegniamo a capire di più ad addestrarci in compiti stimolanti.

Ma non siamo soli a imparare lentamente e magari a rifiutare anche gli strumenti nuovi. Anche molte persone influenti ed ascoltate peccano in questo modo. Tempo fa un italiano che ha avuto incarichi importanti dichiarò candidamente: “Non userò mai un computer. Preferisco la mia stilografica col pennino d’oro”.

Allora siamo forzati a temere (essendone quasi sicuri) che la gente si adatterà lentamente e in modi goffi e superficiali a vivere i cambiamenti inventati da pochi: la scienza, le tecniche, l’informatica, le comunicazioni,  e il così detto E-tutto (E-mail, E-commerce, E-marketing, telelavoro, etc.) Per merito di strumenti e di sistemi nuovi, efficacissimi staremo un po’ meglio – in attesa che alcuni sprovveduti distruggano con entusiasmo le case, le strade, le macchine e l’ambiente (magari con ottime intenzioni di aumentare la sicurezza oltre ogni limite).

Intanto continueremo a soffrire per i residui di burocrazia, formalismo e pensiero antico che altri (e qualche volta anche noi stessi) continuano a conservare scioccamente. Sentiremo offerte continue di prendere sul serio conflitti insussistenti – fra razze, nazioni, corporazioni, sciocche scuole di pensiero, religioni. Soffriremo le conseguenze di miopi avidità (di denaro, di potere, di primato) coltivate da persone che non hanno mai sentito nominare la teoria della cooperazione (è una teoria matematica con basi razionali robuste – e non ha nemmeno bisogno dell’ipotesi dell’amor fraterno).

Se non ci piace questa prospettiva, dovremmo scegliere l’alternativa ovvia che predico da anni: “Se impari almeno una cosa nuova ogni giorno, ti cambia la vita. Se lo facciamo tutti, cambiamo il mondo.”

E allora, non ci limitiamo a usare un computer personale per scrivere lettere. Impariamo a sfruttarne almeno la metà del potenziale: impariamo a ordinare, calcolare, programmare, disegnare. Impariamo a cercare su Internet le infinite cose che ci si trovano di economia, politica, storia, letteratura, arte, fisica, chimica, tecnologia, logica. Cerchiamo di capire quanto è grande e interessante il mondo e quante cose intricate s stimolanti altri hanno capito su di esso. Arriviamo a intravedere quali cose nessuno abbia ancora capito e, forse, arriveremo a capirne qualcuna nuova per primi. Certo: pensiamo anche ai soldi, ma non solo a quelli che ci riguardano direttamente. Possedere oggetti è utile, ma possederne troppi è una seccatura continua. (Epitteto, il filosofo schiavo scrisse “Lo schiavo che porta in spalla il pane per la squadra che va al lavoro, non riuscirà a mangiarne molto più degli altri”.) Dunque pensiamo ai soldi come un oggetto interessante di analisi, studio, ragionamento – non come chiavi per aprirci paradisi in proprietà esclusiva.

Mettiamo in discussione gli argomenti, le certezze e i fatti che ci vengono presentati: molto spesso sono insussistenti. Rifiutiamo di stare a sentire discorsi fatti mille volte e asteniamoci anche noi dal ripeterli.

Soprattutto immaginiamo cose nuove. Non è solo divertente: è anche il modo in cui possiamo far decollare un business nuovo, in cui possiamo diventare più interessanti per gli altri (alla fine anche sessualmente, perchè no?), in cui possiamo far stare bene persone vicine e lontane, in cui possiamo farci nuove amicizie. Per provarci abbiamo bisogno solo di slancio e di energia, non di permessi, di benedizioni, di titoli di studio. Questi ultimi non guastano, se dati da scuole avanzate e di alta qualità (chi si occupa di fondarne molte creando posti di lavoro ad alto livello?)

Non ascoltiamo i donabbondieschi “il coraggio, chi non ce l’ha, non se lo può dare”. Non è vero. Se sei abbastanza scontento e contrariato dagli esempi bestiali di egoismo, ignoranza e incapacità previsionale (che non mancano attorno a te) dovrebbe bastarti la motivazione a non perdere tempo, a non danneggiarti fisicamente (mangiando troppo, fumando, non esercitando muscoli e polmoni), a studiare economia, fisica, matematica, lingue e anche ragioneria e amministrazione (se no: ne saprai tanta, ma troverai chi ti frega con i numeri).

Queste parole somigliano un po’ alle Prediche Inutili di Luigi Einaudi (il miglior Presidente che abbia avuto l’Italia). Sono altrettanto amare – e meno equanimi. Se tu che mi leggi, le consideri inutili, aspettiamoci di avere in avvenire cose simili a quelle passate. Se pensiamo che sia fattibile cambiare noi stessi per cambiare il mondo, mettiamoci sotto.

La bellezza salverà il mondo

«E io dichiaro – gridò con voce stridula Stepan Trofimovič al colmo della frenesia – che Shakespeare e Raffaello stanno al di sopra dell’affrancamento dei contadini, al di sopra del nazionalismo, al di sopra del socialismo, al di sopra della giovane generazione, al di sopra della chimica, al di sopra di quasi tutto il genere umano, perché sono già il frutto, il vero frutto di tutto il genere umano e forse il frutto più sublime che mai si possa avere! Sono una forma di bellezza già raggiunta, senza la quale io, forse, non accetterei neanche di vivere. Oh Signore! – e batté le mani in aria – dieci anni fa a Pietroburgo, gridavo da un palco proprio allo stesso modo, proprio le stesse cose con le stesse parole e proprio allo stesso modo quelli non capivano nulla, ridevano e zittivano come ora; gente limitata, che cosa vi manca per poter capire? Ma lo sapete, lo sapete che senza gli inglesi l’umanità può ancora vivere, senza la Germania può vivere, senza i russi può vivere anche troppo bene, senza la scienza può vivere, senza pane può vivere, ma senza la bellezza no, perché allora non avrà assolutamente nulla da fare al mondo! Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui! La scienza stessa non si reggerà neanche un minuto senza la bellezza, lo sapete, questo, voi che ridete? Si convertirà in trivialità, non inventerete nemmeno un chiodo!» (I Demoni).

Tomo Cesen

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  • ADDIO MOSTRO LHOTSE

    L’ ORCO è stato sconfitto. La parete sud del Lhotse, la più severa dell’ Himalaya, è stata finalmente scalata. Dal 1973, aveva respinto i migliori alpinisti italiani, jugoslavi, francesi. Sconfitto per due volte Reinhold Messner. Ucciso il polacco Kukuczka. A salirla, e da solo, è stato l’ uomo nuovo dell’ alpinismo europeo. Tomo Cesen, 30 anni, uno sloveno di Kranj. Alto 8511 metri, il Lhotse è una montagna a più facce. Verso nord, è un bonario satellite dell’ Everest. A oriente, scende con una bella parete di ghiaccio sulla valle di Kangshung, in Tibet. Verso sud, la belva. Un immenso, terribile muro secondo Kurt Diemberger, il primo uomo a salire due dei 14 ottomila della Terra. Non solo un Eiger raddoppiato, ma un vero mostro nelle parole di Messner che aveva tentato l’ impresa nel 1975 e poi l’ anno scorso. Il problema del Duemila secondo molti alpinisti. Cesen ha vinto con dieci anni di anticipo. Partito da Lubiana a fine marzo, Tomo è andato all’ attacco finale il 22 aprile. E’ arrivato in cima il 24, dopo un ultimo bivacco a 8200 metri, in una grotta di ghiaccio. Altri due giorni sono stati necessari per scendere. Tempi straordinari, se si considera che la parete del Lhotse è alta tre chilometri e larga cinque, con passaggi fino al sesto grado su roccia e pendii a 60 di ghiaccio. Ancora frammentario, il racconto di Cesen parla di difficoltà estreme oltre 8200 metri, di buone condizioni più in basso. Dei due itinerari parzialmente esplorati, Tomo ha scelto la via jugoslava, più diretta. Sull’ altra, la via dei polacchi era caduto nell’ ottobre scorso Kukuczka. Non è la prima impresa di Cesen, né il primo exploit importante del nuovo alpinismo sloveno. Nel 1985, insieme a Borut Bergant, poi caduto in discesa, aveva salito la parete nord dello Yalung Kang, 8433 metri. L’ anno dopo, da solo, aveva percorso una via nuova sul K2. Nel 1989, alla fine di aprile, un’ altra salita straordinaria. La nord dello Jannu, una cima nepalese di 7710 metri, percorsa da solo in meno di 24 ore. Sulle spalle, solo cinque chili di zaino per duemila metri di wilderness verticale con difficoltà fino al 7. La più grande impresa himalayana dell’ anno, trascurata da molti perché compiuta più in basso dei fatidici 8000 metri. Eclettico, fortissimo nelle invernali sulle Alpi ma anche nel mondo assolato del free-climbing (sale sull’ 8, il nono grado superiore), Tomo Cesen è un frequentatore abituale delle rocce dei dintorni di Trieste (Osp, la Val Rosandra, la Costiera), come del Monte Bianco. Noi jugoslavi siamo sempre stati a metà tra gli alpinisti dell’ ovest e dell’ est. Abbiamo sempre avuto pochi soldi, nessuno ci ha negato mai il passaporto racconta. Oggi, lo aiuta nelle sue salite fuori Europa un pool di sponsor italiani: gli stessi di Jerzy Kukuczka. Ecologico (gli elicotteri sono un passo indietro, non avanti), Cesen ha battuto sul Lhotse anche Chriostophe Profit, il migliore alpinista francese, che aveva rinunciato a febbraio dopo due tentativi solitari. Tra gli sconfitti illustri del Lhotse, la spedizione italiana del 1975 guidata da Riccardo Cassin, lo sloveno Francek Knez, la spedizione internazionale di Messner nell’ aprile ‘ 89, diversi tentativi polacchi. Nel 1975, nel primo tentativo di un solitario, il francese Nicholas Jaeger era scomparso in parete. Come il Cervino nel 1865, la nord dell’ Eiger nel 1938, la sud dell’ Annapurna nel 1970, la salita della sud del Lhotse chiude una pagina, e insieme ne apre una nuova. Caduto il mostro, in Himalaya restano da fare la ovest del Makalu, la est del Dhaulagiri, la ovest dell’ Annapurna. Meno difficile del Lhotse, ma con più morti alle spalle, quest’ ultima può essere la prossima grande impresa della storia. A tentarla da solo, ad ottobre, sarà proprio Tomo Cesen.

    di STEFANO ARDITO

    Impallinati

    L’America lancia 59 missili sulla Siria, la Corea del Nord si sente minacciata e si dice pronta a reagire con testate nucleari a lunga gittata. Il mondo sembra improvvisamente diventato piccolissimo. Tanto che a Palombara Sabina un signore si impegna nel bricolage bellico e costruisce un’arma letale con un tubo di ferro montato su un blocco di cemento capace di sparare una cartuccia da caccia calibro dodici. Normalmente gli umarell costruiscono al massimo trappole per topi, ma l’escalation mondiale degli armamenti coinvolge anche lui. Piazza quel cannoncino fatto in casa nel suo magazzino puntandolo verso la porta e collegandolo alla rete elettrica in modo di poter fucilare all’istante ogni malintenzionato che decidesse di varcare il confine del suo regno. Gli va male però, qualcosa non funziona, o l’armaiolo fai da te ha un vuoto di memoria. La prima volta che prova a entrare in magazzino il cannone spara e resta impallinato lui stesso. Ora è all’ospedale, piantonato dai Carabinieri. Forse i grandi leader mondiali che stanno gonfiando i muscoli, prima di fare nuove mosse dovrebbero leggere tra le righe delle surreali cronache di Palombara Sabina.

    di Gianluca Nicoletti

    L’interculturalità, una chiave per il futuro, secondo Padre Borin


    “Le due priorità missionarie per il triennio sono la cura pastorale dei rifugiati e la costruzione di comunità interculturali. Per quanto riguarda la pastorale dei rifugiati la RBGBS intende promuovere una cura pastorale integrale dei richiedenti asilo e rifugiati attraverso programmi di assistenza e promozione umana e spirituale. Si vuole dare grande attenzione ai processi integrativi, soprattutto attraverso la formazione al lavoro e all’inserimento socio abitativo. Si ritiene essenziale promuovere programmi di sensibilizzazione del territorio in un concetto bidirezionale di integrazione. E’ cruciale il ruolo delle comunità cattoliche in tale processo. Inoltre attraverso la costruzione di
    comunità interculturali si vuole promuovere il passaggio da missioni monoetniche a missioni interculturali o interetniche e trasformare le parrocchie affidate agli scalabriniani in multiculturali. In questo senso, si intende dare priorità alla pastorale giovanile interculturale, al fine di creare un ambiente positivo di costruzione. Si intende anche favorire il coinvolgimento diretto di laici nella missione diretta, affidando loro ulteriori responsabilità nei settori di competenza”.