La bellezza salverà il mondo

«E io dichiaro – gridò con voce stridula Stepan Trofimovič al colmo della frenesia – che Shakespeare e Raffaello stanno al di sopra dell’affrancamento dei contadini, al di sopra del nazionalismo, al di sopra del socialismo, al di sopra della giovane generazione, al di sopra della chimica, al di sopra di quasi tutto il genere umano, perché sono già il frutto, il vero frutto di tutto il genere umano e forse il frutto più sublime che mai si possa avere! Sono una forma di bellezza già raggiunta, senza la quale io, forse, non accetterei neanche di vivere. Oh Signore! – e batté le mani in aria – dieci anni fa a Pietroburgo, gridavo da un palco proprio allo stesso modo, proprio le stesse cose con le stesse parole e proprio allo stesso modo quelli non capivano nulla, ridevano e zittivano come ora; gente limitata, che cosa vi manca per poter capire? Ma lo sapete, lo sapete che senza gli inglesi l’umanità può ancora vivere, senza la Germania può vivere, senza i russi può vivere anche troppo bene, senza la scienza può vivere, senza pane può vivere, ma senza la bellezza no, perché allora non avrà assolutamente nulla da fare al mondo! Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui! La scienza stessa non si reggerà neanche un minuto senza la bellezza, lo sapete, questo, voi che ridete? Si convertirà in trivialità, non inventerete nemmeno un chiodo!» (I Demoni).

Tomo Cesen

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  • ADDIO MOSTRO LHOTSE

    L’ ORCO è stato sconfitto. La parete sud del Lhotse, la più severa dell’ Himalaya, è stata finalmente scalata. Dal 1973, aveva respinto i migliori alpinisti italiani, jugoslavi, francesi. Sconfitto per due volte Reinhold Messner. Ucciso il polacco Kukuczka. A salirla, e da solo, è stato l’ uomo nuovo dell’ alpinismo europeo. Tomo Cesen, 30 anni, uno sloveno di Kranj. Alto 8511 metri, il Lhotse è una montagna a più facce. Verso nord, è un bonario satellite dell’ Everest. A oriente, scende con una bella parete di ghiaccio sulla valle di Kangshung, in Tibet. Verso sud, la belva. Un immenso, terribile muro secondo Kurt Diemberger, il primo uomo a salire due dei 14 ottomila della Terra. Non solo un Eiger raddoppiato, ma un vero mostro nelle parole di Messner che aveva tentato l’ impresa nel 1975 e poi l’ anno scorso. Il problema del Duemila secondo molti alpinisti. Cesen ha vinto con dieci anni di anticipo. Partito da Lubiana a fine marzo, Tomo è andato all’ attacco finale il 22 aprile. E’ arrivato in cima il 24, dopo un ultimo bivacco a 8200 metri, in una grotta di ghiaccio. Altri due giorni sono stati necessari per scendere. Tempi straordinari, se si considera che la parete del Lhotse è alta tre chilometri e larga cinque, con passaggi fino al sesto grado su roccia e pendii a 60 di ghiaccio. Ancora frammentario, il racconto di Cesen parla di difficoltà estreme oltre 8200 metri, di buone condizioni più in basso. Dei due itinerari parzialmente esplorati, Tomo ha scelto la via jugoslava, più diretta. Sull’ altra, la via dei polacchi era caduto nell’ ottobre scorso Kukuczka. Non è la prima impresa di Cesen, né il primo exploit importante del nuovo alpinismo sloveno. Nel 1985, insieme a Borut Bergant, poi caduto in discesa, aveva salito la parete nord dello Yalung Kang, 8433 metri. L’ anno dopo, da solo, aveva percorso una via nuova sul K2. Nel 1989, alla fine di aprile, un’ altra salita straordinaria. La nord dello Jannu, una cima nepalese di 7710 metri, percorsa da solo in meno di 24 ore. Sulle spalle, solo cinque chili di zaino per duemila metri di wilderness verticale con difficoltà fino al 7. La più grande impresa himalayana dell’ anno, trascurata da molti perché compiuta più in basso dei fatidici 8000 metri. Eclettico, fortissimo nelle invernali sulle Alpi ma anche nel mondo assolato del free-climbing (sale sull’ 8, il nono grado superiore), Tomo Cesen è un frequentatore abituale delle rocce dei dintorni di Trieste (Osp, la Val Rosandra, la Costiera), come del Monte Bianco. Noi jugoslavi siamo sempre stati a metà tra gli alpinisti dell’ ovest e dell’ est. Abbiamo sempre avuto pochi soldi, nessuno ci ha negato mai il passaporto racconta. Oggi, lo aiuta nelle sue salite fuori Europa un pool di sponsor italiani: gli stessi di Jerzy Kukuczka. Ecologico (gli elicotteri sono un passo indietro, non avanti), Cesen ha battuto sul Lhotse anche Chriostophe Profit, il migliore alpinista francese, che aveva rinunciato a febbraio dopo due tentativi solitari. Tra gli sconfitti illustri del Lhotse, la spedizione italiana del 1975 guidata da Riccardo Cassin, lo sloveno Francek Knez, la spedizione internazionale di Messner nell’ aprile ‘ 89, diversi tentativi polacchi. Nel 1975, nel primo tentativo di un solitario, il francese Nicholas Jaeger era scomparso in parete. Come il Cervino nel 1865, la nord dell’ Eiger nel 1938, la sud dell’ Annapurna nel 1970, la salita della sud del Lhotse chiude una pagina, e insieme ne apre una nuova. Caduto il mostro, in Himalaya restano da fare la ovest del Makalu, la est del Dhaulagiri, la ovest dell’ Annapurna. Meno difficile del Lhotse, ma con più morti alle spalle, quest’ ultima può essere la prossima grande impresa della storia. A tentarla da solo, ad ottobre, sarà proprio Tomo Cesen.

    di STEFANO ARDITO

    Impallinati

    L’America lancia 59 missili sulla Siria, la Corea del Nord si sente minacciata e si dice pronta a reagire con testate nucleari a lunga gittata. Il mondo sembra improvvisamente diventato piccolissimo. Tanto che a Palombara Sabina un signore si impegna nel bricolage bellico e costruisce un’arma letale con un tubo di ferro montato su un blocco di cemento capace di sparare una cartuccia da caccia calibro dodici. Normalmente gli umarell costruiscono al massimo trappole per topi, ma l’escalation mondiale degli armamenti coinvolge anche lui. Piazza quel cannoncino fatto in casa nel suo magazzino puntandolo verso la porta e collegandolo alla rete elettrica in modo di poter fucilare all’istante ogni malintenzionato che decidesse di varcare il confine del suo regno. Gli va male però, qualcosa non funziona, o l’armaiolo fai da te ha un vuoto di memoria. La prima volta che prova a entrare in magazzino il cannone spara e resta impallinato lui stesso. Ora è all’ospedale, piantonato dai Carabinieri. Forse i grandi leader mondiali che stanno gonfiando i muscoli, prima di fare nuove mosse dovrebbero leggere tra le righe delle surreali cronache di Palombara Sabina.

    di Gianluca Nicoletti

    L’interculturalità, una chiave per il futuro, secondo Padre Borin


    “Le due priorità missionarie per il triennio sono la cura pastorale dei rifugiati e la costruzione di comunità interculturali. Per quanto riguarda la pastorale dei rifugiati la RBGBS intende promuovere una cura pastorale integrale dei richiedenti asilo e rifugiati attraverso programmi di assistenza e promozione umana e spirituale. Si vuole dare grande attenzione ai processi integrativi, soprattutto attraverso la formazione al lavoro e all’inserimento socio abitativo. Si ritiene essenziale promuovere programmi di sensibilizzazione del territorio in un concetto bidirezionale di integrazione. E’ cruciale il ruolo delle comunità cattoliche in tale processo. Inoltre attraverso la costruzione di
    comunità interculturali si vuole promuovere il passaggio da missioni monoetniche a missioni interculturali o interetniche e trasformare le parrocchie affidate agli scalabriniani in multiculturali. In questo senso, si intende dare priorità alla pastorale giovanile interculturale, al fine di creare un ambiente positivo di costruzione. Si intende anche favorire il coinvolgimento diretto di laici nella missione diretta, affidando loro ulteriori responsabilità nei settori di competenza”.

    I muri non servono se non a sostenere l’odio


    “I muri non servono a nulla: sono mera propaganda del mondo della politica. Invece di diminuire, aumenterà il flusso di persone ed il costo del viaggio; i trafficanti continueranno ad approfittare della disperazione di chi chiede asilo, vuole raggiungere i propri cari, cerca solo di salvarsi da guerre e violenze. Perciò l’imperativo è: ‘Accogliere in modo dignitoso!’, creando ponti di dialogo contro col pregiudizio e il clima razzista dilagante anche in ambito ecclesiale. Fare i muri è come prendersela con i più vulnerabili, mentre occorre prendersela con chi spinge alla fuga. Trump dovrebbe forse farsi un tour al confine col Messico, per vedere le croci affisse sul muro già in parte presente e che ricordano chi è morto, chi non ce l’ha fatta”.

    In memoria del grande maestro

    Ludwig van Beethoven

    “Il caso volle che, al momento della sua morte fossero presenti presso il suo
    letto di morte solamente l’ odiata cognata, Therese Obermayer, e il
    musicista Anselm Huettenbrenner, quasi un estraneo. La cerimonia funebre si svolse alla chiesa della Santa Trinità. Si stima che tra 10 000 a 30 000 persone si riunirono per accompagnare Ludwig van Beethoven alla sua ultima casa. Franz Schubert, timido ammiratore del grande compositore, e che non ebbe mai il coraggio di avvicinarlo, sarà uno dei portatori delle fiaccole funebri, assieme a numerosi altri musicisti. Schubert morì l’ anno seguente e sarà seppellito vicino a Beethoven. Heinrich Anschütz, attore lesse l’orazione funebre, scritta da Franz Grillparzer, grande letterato, davanti alle porte del cimitero di Währing (oggi, Schubert Park).”

    L’EROICA DI BEETHOVEN: storia di un capolavoro.

    Il 26 Marzo 2016 ricorre l’anniversario della morte di Ludwig van Beethoven. Con questo articolo intendiamo celebrare un grande della storia della musica.

    di Gabriele Petukhov

    Molti di noi si chiedono: c’è una musica davvero in grado di innalzarci in maniera sublime, donarci allegria, farci pensare alla morte e renderci epici ed eroici contemporaneamente?

    La risposta è sì, e si tratta del più grande capolavoro sinfonico della gioventù di Beethoven. Ora, paragonandolo a Mozart, la cui terza sinfonia risale a quando aveva solo dieci anni, o ad Haydn, interessato di sinfonismo fin dall’età adolescenziale, gioventù è una parola grossa: infatti Beethoven scrisse la Terza Sinfonia, “Eroica”, fra il 1802 e il 1804, alla già rispettabile età di trentadue anni! Ma questo poco conta: il genio del maestro di Bonn aveva bisogno di anni per manifestarsi.

    Mozart è spontaneo, fresco, una bevuta di acqua giovanile; Beethoven invece prima di fare le cose pensa, soffre, sperimenta l’enorme travaglio interiore che solo un vero artista –rifiutato dalle belle e alla continua ricerca di pace in Dio e nella natura- può sperimentare. Beethoven è sempre stato romantico, suvvia. Non hanno capito nulla gli storici della musica che collocano l’ultima Nona Sinfonia come porta e inizio del Romanticismo in musica: perché prima ancora di essere una forma, il Romanticismo è un insieme di ideali. Quali ideali? Quelli che hanno tutti i bambini. Ossia? Amore per i sentimenti, per il creato, per i momenti in cui possono fantasticare in epoche lontane e in posti che non esistono. Fratellanza universale: il cuore corrotto di noi uomini dimentica la capacità di socializzare e di perdono che invece hanno i bambini, che sono sempre i più vicini alla fonte della Verità. E soprattutto la volontà che tutti i bambini hanno di fare i titani, gli eroi della situazione. Ebbene, questi ideali li si vedono fin dalla prima sonata per pianoforte di Beethoven, è difficile scorgerli, ma ci sono. Ed è l’unione fra questi ideali romantici e la forma elegante e razionale del classicismo viennese a creare quei formidabili affreschi sonori di cui è capace Ludwig che tanto meravigliano gli ascoltatori.

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    Partitura manoscritta della Nona Sinfonia

    Queste idee di giustizia e libertà vengono raccolte piano piano in tutta la vita del maestro; ed esplodono quando un certo Napoleone Bonaparte si pone eroe della liberazione. Ecco allora Beethoven colto dalla “Bonapartemania” che aveva preso anche il Manzoni del “5 Maggio” e tanti intellettuali e artisti dell’epoca. Incomincia il lavoro febbrile del maestro, che certamente condivideva, da buon giovane irruento ed irrequieto, prima la lotta e la guerra, poi la Fratellanza: quattro movimenti, scherzo e trio al posto del minuetto classico, orchestra alla massima espansione di organico disponibile (vengono per la prima volta nella storia utilizzati ben tre corni!), la bellezza di un’ora di durata. Mai si erano viste sinfonie così lunghe.

    La prima esecuzione si fa in un salotto privato, sono presenti gentiluomini e damerini, ma soprattutto assiste al concerto Haydn, il maestro di Beethoven. Due accordi potenti e brevi di mi bemolle maggiore; si potrebbe dire due cannonate. E’ iniziata. Il tema viene esposto prima dai violoncelli, poi da fiati, e infine da tutta l’orchestra che vive, e canta. Dopo lo sviluppo e il ritornello ecco l’oboe intonare un malinconico secondo tema in minore. Forse un attimo di sogno in mezzo alla battaglia? L’orchestra dialoga, si muove, leggera nei fiati e grandiosa negli ottoni. Si raduna tutta insieme per la carica di cavalleria: la battaglia è vinta. Ora abbiamo il secondo movimento: ci dice che la gloria umana non è nulla di fronte alla potenza della morte. Questo pensiero fatale da tragedia greca attanaglia questa straordinaria marcia funebre dall’inizio alla fine, tranne nella sezione centrale. Nella disperazione, nella paura di morire, Beethoven ci mette la speranza: una dolce e solenne sezione in maggiore dove si intravede il Paradiso. Non a caso il papa emerito Benedetto XVI amava tanto questa sinfonia. “La grande musica” disse una volta “è sempre riflessione sulla vita e sulla morte”.

    Beethoven

    Quindi, dopo lo sconforto, abbiamo lo scherzo; prima la morte, ora la vita. C’è gioia, c’è eroismo. I corni nel trio fanno degli squilli acuti al limite del suonabile. L’ascoltatore torna allegro e si prepara al movimento finale, che colpisce in modo particolare, perché è quasi un invito di Beethoven stesso ad essere veri eroi nel mondo, dandoci questa missione: quella di fare i cavalieri per migliorare la vita di tutti. Il commovente tema cantato dal flauto lo troviamo in tutto il movimento, ma è alla fine che succede il fantastico: non si capisce esattamente cosa accada, tanta è la magia, ma dopo una calma riflessione dei fiati l’orchestra esplode velocissima, un finale mai ascoltato prima nella storia della musica, che anticipa vistosamente il finale della Nona. Una vetrata che si rompe? Le trombe celesti? La gloria divina? Un trionfo amoroso? Non si può dire, da quanto è indescrivibile il finale. Puro incanto.

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    Manoscritto della Terza Sinfonia

    La sinfonia è finita, agli ascoltatori non è piaciuta molto. Troppo lunga, dicono. Troppa roba dentro, dicono. Se ne vanno insoddisfatti. Solo Haydn rimane nella sala, sconvolto. Un’ epoca era passata, si sentiva vecchio. Calmo e riflessivo fa i complimenti all’allievo; poi esce, senza sapere bene cosa era accaduto là dentro, solamente con la certezza di avere insegnato bene, in fondo, al piccolo Ludwig, a comporre. Nel frattempo Napoleone si era incoronato imperatore: Beethoven, sentendosi tradito, aveva strappato la dedica. E scritto, in italiano, ora c’era: “Sinfonia eroica composta per festeggiare il sovvenire di un grand’uomo.” E’ quella dedica che colpisce tanto. E’ Beethoven in persona che si aspetta qualcosa da noi delle generazioni future, aspetta un eroe che salvi l’umanità. E in questa epoca nichilista, di un eroe che sia d’esempio a tutti ne abbiamo veramente bisogno. E lo stiamo ancora aspettando.