La rabbia espressa in poesia

La rabbia espressa in poesia ovvero una lezione da Animal farm

Trovare l’incipit diventa una preoccupazione per chiunque scriva. Vorresti che dalla prima riga il lettore scendesse senza accorgersene alle succesive per arrivare all’ultima con un pensiero da cullare o una gran voglia di trovare altre righe egualmente interessanti. Ci ho pensato un poco poi ho deciso di non pensarci troppo, perché a furia di pensare all’inizio non inizi mai.

Volevo partire con l’ hashtag #jesuischarlie, ma mi avrebbe impedito di pensare anzi di trovare le idee scrivendole.
La libertà di parola, di esprimere i nostri pensieri pubblicamente. Penso allo speakers corner londinese, penso ai social network, penso alle inchieste stampa, penso a scrittori come Pasolini, Erri de Luca, a giornalisti come Gramellini. Penso a chi offese gli scribi nella sinagoga, quello non era #jesuischarlie era #jesus. Tutti personaggi che pensano, dicono, tolgono dalla sedia comoda chi li ascolta inducendo a riflettere, ad allargare la mente sui fatti per evitare di attaccarsi ai dogmi o ai mondi ideali nei quali tutti vorremmo vivere e dai quali problemi o detrattori sarebbe bello potergli togliere come si fa con le macchioline sui vetri. Una passata di panno inumidito da qualche detersivo profumato et voilà il mondo torna di puro cristallo.
Il fatto è che la libertà di parola e di espressione non si capisce davvero cosa significhi. Gli manca un buon incipit per essere colta. Inizia dove finisce quella dell’altro ? deridere l’altro è ammissibile ? come facciamo a limitare la derisione all’ambito dell’innocente scherzo evitando che giunga al livello di volgare sfottò? In realtà credo che a queste domande non possa io dare delle risposte. Però penso per prima cosa che la derisione dell’altro o di ciò che l’altro considera sacro sia sbagliata se vi è semplice compiacimento nel farlo, se chi deride si erge sopra il piedistallo di una ragione universale. Penso che la satira sia una forma espressiva umana, molto antica di certo, fra le radici europee della grecità*, per dileggiare l’etica e la morale di persone appartenenti a certe caste o gruppi sociali arroccati nell’abitudine, per opporre il profano al sacro. In questo la trovo importante. Mi pare sia invece assolutamente peridoclosa quando diventa scherno pungente e sguaiato.
In conclusione, ogni forma di libertà di espressione finisce quando nell’esaltata ubriacatura del sentirsi depositari di una verità, si disegnano immagini a uso esclusivo di chi le ha disegnate. Immagini che chiudono la mente delle persone che le vedono, comprese quelle derise, dando modo a quest’ultime di estendere la libertà di espressione oltre i limiti naturali della satira, in un teatro diverso dal dileggio, in un teatro di morte. La libertà finisce quindi dove finisce quella dell’altro perché l’altro muore.
In conclusione, morire per delle idee di libertà si può, è successo a molti. La libertà è un ambito pericoloso. Solo grandi persone a questo mondo sono morte esprimendo liberamente i propri principi e spesso orientando moltitudini di persone verso i loro insegnamenti. Penso ad esempio a Gesù o a Gandhi. Sono stati capaci di esprimere la loro rabbia in poesia. Mistici e unici. Per tutti gli altri le possibilità sono diverse. George Orwell, ad esempio, scrisse Animal farm, come critica al regime staliniano, senza far diretto riferimento al nome di Stalin, in altri termini he was fusing political purpose and artistic purpose into one whole. Certo il suo scritto finì per alimentare una guerra fredda ma almeno non istigò masse a mandarlo a morte.

autore @30sdc Matteo Ponti

*sitografia: Giovenale la rabbia espressa in poesia, Vito Coppola
http://www.trapaninostra.it/libri/Vito_Coppola/Giovenale/Giovenale.htm

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