Difendere il proprio talento

Le storie mi sembrano difficili da raccontare. Ne vedo a volte degli accenni in vecchie fotografie. Le osservo, mi fermo a immaginare i suoni, i colori reali, fra i bianchi neri o le emulsioni sbiadite. Provo a ricostruire il flusso che rappresentano. La stessa difficoltà che incontro quando al mattino cerco di raccontare i sogni fatti a partire da alcune istantanee che restano impresse anche nella veglia. Penso ma non trovo la concentrazione per fissarmi o per scandagliare a fondo. Mi sembra di essere un bimbo che si vergogna di stare li seduto a terra davanti alle sue scarpe da tennis con le stringhe slacciate. A taluni sembrerà bloccato da una sua incapacità ma lui invece è li per capire il senso del gesto, se lo stesso che vede così fluido eseguito da altri non sia invece una contorsione inelegante di movimenti. Fermo a chiedersi se vi sia una strada migliore, un gesto più risolutivo, breve ed elegante o magari più complesso ma affascinante. Ma gli antichi romani che conquistarono il mondo, i Persiani, le antiche civiltà avevano bisogno di movimenti come quelli per scrivere la storia del mondo ?

Son sempre seduto “con queste scarpe slacciate” un poco spaventato dall’ipotesi che qualcuno s’accorga della mia stasi, mancata partecipazione al flusso sociale della vita, e mi redarguisca.
Manca l’orgoglio, si questo lo penso. Comanda la modestia, quella sciatta che sminuisce e quella che bolla qualsiasi sussulto d’orgoglio, come vanità. Sostantivi confusi sul piano del significato da interpretazioni le più varie. Ma io penso e fisso il mio pensiero più che posso su una fiamma, su una cascata, su un flusso che mi aiuti a capire. Orgoglio per il proprio talento. Modestia che compiace l’adeguarsi e chiude la riflessione in un cassetto: “bravo Luigino che ti allacci le stringhe delle scarpe come un ometto” e Luigino “ma và non è nulla è bastato applicare i consiglio e poi è stato facile”, così anche la chiusura della riflessione diventa gesto vile e misero.

Orgoglio dimenticato per la capacità di pensare scrivendo, di immaginare e mantenere stretto il filo di collegamento con il mondo fantastico dei sogni perché, come scriveva Schwartz Delmore “nei sogni cominciano le responsabilità” e non essere orgogliosi di sapere come muoversi in quel mondo significa rinunciare alle responsabilità del proprio talento. Infine, il talento appunto, quell’agile disposizione a creare pensieri e immagini ma soprattutto quella capacità di incidere sugli equilibri della vita inclinando la stessa, facendo propendere gusti e scelte verso quel qualcosa che dona peso e consistenza al nostro spirito.

Talento non è forse valore non è forse inclinazione. Unica cosa che certo non è talento chiudere il proprio spirito in un cassetto mentre di fretta ci si allaccia le scarpe da bravi ometti. Giunto a questo punto della mia vita sono oggi convinto di iniziare la un cammino, avendo scoperto che le scarpe ben allacciate mi consentono comunque ora di riaprire quel cassetto, con coraggio e con l’orgoglio di aprire una nuova via.

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